
Questa composizione in dialetto Calabrese – U Chiantu du Cuervu (Il Pianto del Corvo) – ho voluto descrivere in versi la storia di un signorotto del paese, che aveva tutto il potere ed il comando di ogni cittadino quale era alla sua dipendenza. Ora, per sorvegliare e dirigere tutto questo potere, vi era una certa persona, in primo luogo, e poi altre che erano al suo comando. Per dire che era un corvo, era il nomignolo che gli avevano imposto, per definirlo in tutta la sua alterigia e crudeltà verso i poveri che aveva sotto di sé e che erano dipendenti del signorotto. Questa storia è divisa in tre parti cioè: la vita, la morte, ed il funerale del signorotto. Ora, la vita che svolgeva, e dove viveva, s’intende in un lussuoso palazzo, quale ancora esistente, però, ora, occupato da altre persone che di quelle non esiste che un piccolo ramo di quella dinastia. Questo aveva le continue relazioni del braccio destro…l’amministratore…il corvo… che gli notificava ogni minuzia dei suoi dipendenti coloni, ed altro, ne assumeva il comando per delle missioni segrete, o notizie che doveva portare ad altri signorotti limitrofi o meno. Questo signorino corvo, aveva anche altri alla sua dipendenza, quale erano i vigilanti di tutto e per tutto. Per avere questo titolo, gli pongo la sua residenza su una quercia sulla quale aveva costruito il suo nido, e dal quale vedeva tutto e riceveva da altri corvetti, le notizie dei coloni e di ciò che facevano nei propri interessi, che a sua volta erano notificate al loro capo padrone dal corvo maestro.
Parte Prima
Una mattina, una donna fornaia era andata nel bosco a procurarsi delle frasche per cuocere il pane ed al ritorno si riposò poggiandosi ad una muraglia posta sotto la quercia dove in alto aveva il nido il mastro corvo. Ma lui non si tenne il becco chiuso per riprendere quella povera donna, che le frasche le aveva rubate nella proprietà del signorotto. Questo, con un fischio un pò avvertitore, la richiama; e questa gli rivolge parole offensive, ma lui, la riprende con modi diversi, cioè, che la va a rapportare al padrone, il quale aggirerà nei modi alquanto diversi, che pane non ne farà più. La povera fornaia, umiliata a queste parole, lo convince, che gli porta un pane la mattina. Questa prosegue il suo viaggio frustrata e piangendo. In questo momento, si presenta un suo corriere corvo, che gli rapporta qualcosa di grave da parte di un colono….Oh..,benvenuto amico, cosa mi rapporti?…Ah…Non ti fa dire…Sai?…Quel burbero colono si frega le patate e poi ci mette le piantine sopra così nessuno vede niente. Ma quello a tale notizia non se la beve, deve essere rapportata al padrone. Così, questo fidato signorino, si rende messaggero di tutto ciò che accade nel podere del signorotto, il quale non lascia impunito, ma con sonoro ripiglio, richiama e fa ciò che era di consueto.
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Parte Seconda: A Morte du Barune
Nella seconda parte è narrata la morte di questo signore padrone, quale, forse, per aver raggiunto una esigua età, e pur anche, per tutto ciò che il maestro amministratore gli riferisce, ed anche tante altre bugie che gli aggiunge, quale per invidia e altre, per superbia ed ancora, per rendersi un temuto da tutto il paese. Così ha fine la vita di un personaggio che aveva tanto di nome in tutti i casati di altre famiglie di alto riguardo. Così l’innominato amministratore e fidata persona, si deve vestire con l’abito del lutto ed essere presente vicino alla sua più cara alla quale persona al quale ha dato il meglio di sè. Anche perchè, per quella famiglia è stato il loro fidato per ogni incarico affidatogli. Così fa la sua visita al suo caro defunto. Questi, non sa né pregare né esprimergli un pensiero d’addio, ma confundo e dolente, gli esprime tutto il suo dolore. La serva maestra, vedendolo in tal modo, perchè, per lui è stata sempre vicino per ogni occasione o informazioni seppure segrete. A vederlo così triste, lo porta in un’altra stanza per consolarlo e dargli un rinfresco. Ma, a questo punto gli notifica che lei è la sua più cara donna e potrebbero essere felici. A tal punto, quando gli vede le chiavi del palazzo, si rende conto che potrebbe attuare un bell’affare, sapendo che lei è l’amministratrice di tutto, anche la chiave dei soldi, così fare una bella pesca e fuggire lontano. Così fu. Si mette sotto il mantello la moneta…I Tornesi…e con volto doloroso, per non dare del dubbio. Fuori trova tutti i suoi fidati, e si avviano alla quercia loro residenza, e lì cominciano un canto doloroso. Ma tra un canto ed un altro, decidono dove volare con tutta quella moneta. Le decisioni sono tante, ma quella giusta ancora non c’è. In questo momento arriva la pica, la serva maestra, che con modi allettanti gli mostra tutto il suo amore. Uno dei suoi fidati propone un tradimento il quale si vuole impossessare di tutto il tesoro a portata di mano, che d’accordo con gli altri compagni, ad un segno, gli danno addosso, e questa, visto tanto sangue e tanta guerra, vola via al palazzo e si scampa da tante botte. Il maestro corvo, resta mezzo morto, senza difesa di alcuno, mentre la gente che passava visto tanta moneta, si danno da fare a questo strano tesoro di moneta, e dato di mano, portano via la refurtiva. La gente allegra e contenda, del tesoro trafugato, va cantando una canzonaccia contenti per la morte del loro tiranno padrone: «Piancete corvi, e lacrimate Piche, che è morto il padrone Carcarazzo, e morto il padrone de li solchi, quello che comandava tutti gli uccellacci».
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Parte Terza: U Funerale du Barune
Certamente che il funerale di questo signorotto blasonato, doveva essere in modo fastoso, e con il seguito di tutte le altre famiglie, che detenevano il titolo nell’alta società. Così tutti costoro venuti ad onorare il loro amico con tutto il seguito, con carrozze e cocchieri in alto vestimento, merito di alta onoranza. Anche il corvo, vestito com’era d’uso, e nel migliore dei modi, quale doveva onorare il suo amico padrone. Così, incontrandosi con tutta l’alta aristocrazia del tempo, si sentì un pò confuso, ma quelli con modi gentili, lo salutano, perchè anche loro ne avevano ricevuto dei favori, ma questi, a pensare che tutto ciò che aveva fatto per loro, ne dimostrava il suo carattere altezzoso. Così lascia questi signori con tutte le reverenze, e deve salire sù per fare il suo dovere per il suo amato padrone. A tal punto fa il suo dovere confundo e dolente, ed osservando con puntigliosa assiduità. La signora baronessa vestita di tutto punto con la velina, gli altri familiari seduti in vellutati divani, i servi vestiti con regolare livrea, le serve con la loro foggia dovuta. A tal punto si sente un suono di campanello che saliva le scale con seguito di frati Francescani, ed avanti uno con l’incensiere, e gli altri con libro in mano che cantavano un miserere. Arrivati vicino al defunto, fecero le loro oblazioni, con incenso e acqua santa. Così, due servi chiusero la bara, e quattro di loro lo mossera verso la scala per deporlo su una carrozza funebre. Il corteo si avvia lungo la strada, e file di gente ai lati davano l’estremo saluto. Dietro il feretro seguiva l’amato personaggio, che vestito di tutto punto, dava le estreme onoranze al suo amato padrone. In testa, una banda suonava un pezzo a cadenza lenta quasi funerea che onorava un personaggio che era stato qualcuno nell’alta società di un onorato casato. Nella chiesa del cimitero vi era già preparata una castellana con quattro candelieri, sul quale posarono la bara, che un frate con gli altri confratelli, cantavano un de profundis. A fine di ciò, tutti si accomiatarono, salutando i familiari, lasciando la baronessa e vicino il caro amico amministratore, che da l’estremo saluto battendo la testa alla bara, segno di un gran rispetto, e promette di essere ancora, l’alta fedeltà al suo casato, ed essere per l’amata baronessa, il fidato guardiano di ogni cosa.